GIUGNO 2013 N.32

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VIOLENZA= NOME PROPRIO DI PERSONA, FEMMINILE E SINGOLARE di Silvia Franzoni ’90

In CRONACA on 13 gennaio 2013 at 05:54

Cosa hanno in comune una ragazza indiana, tre ragazze romene (Mina, Maria ed Elena) e un villaggio a Buganga (nella Repubblica Democratica del Congo) con 6 milioni 743 mila donne italiane? Se guardiamo alle differenze si nota subito il luogo di provenienza, uno status sociale e un percorso di vita completamente diversi per ognuna di queste donne. Ma il comune denominatore è uno solo: la violenza. Nirbhaya era una ragazza indiana di soli 23 anni che probabilmente prendeva quell’autobus di Delhi tutti i giorni per spostarsi. È morta la notte del 28 dicembre a causa delle violenze subite da sei uomini su quello stesso autobus. In India gli stupri sono una piaga dilagante e incontrollabile quanto la mancanza di cibo e di lavoro, una devastazione sociale che non trova rimedio e a cui è concesso di perdurare a causa dell’inefficienza della giustizia. Gli stessi funzionari di polizia danno prova di essere elementi corrotti e distorti del sistema, sia non proteggendo le potenziali vittime nelle zone semi desertiche e buie, sia cercando di convincere le vittime a ritirare la denuncia e magari sposare uno degli aggressori, come è successo qualche tempo fa ad un’altra giovane indiana che si è poi tolta la vita. Le storie di Mina, Maria ed Elena sono storie che conosciamo già, storie di vita in cui la ricerca di un lavoro e il tentativo di realizzare qualche piccolo sogno per il proprio futuro s’infrange con la realtà delle nostre strade e dei nostri marciapiedi. Ancora una volta vite spezzate e desideri infranti a causa di uomini che non provano vergogna nel comprare e consumare qualcosa che però non gli appartiene. Trasferendoci per un attimo con la mente nel Congo, precisamente a est del paese in una regione chiamata Sud Kivu, possiamo conoscere un’altra realtà tutta al femminile: il villaggio di Buganga. Su 578 abitanti circa, 200 sono donne abusate e violentate che si sono trasferite lì seguendo un’iniziativa dell’Associazione delle persone svantaggiate unite per lo sviluppo (in inglese Apdud). Si tratta di madri e figlie, sorelle e zie di età variabile che hanno subìto violenza, sia dai ribelli, sia dai soldati dell’esercito regolare. Lo scenario di guerra non è mai un contesto civile e le vittime che più subiscono soprusi di ogni genere e categoria sono sempre loro: donne, bambini e vecchi. Purtroppo molte di queste ragazze (molte sono solo delle bambine) vengono in seguito allontanate dalla famiglia perchè considerate impure, ritrovandosi così, sole, abusate fisicamente e psicologicamente, incinte o malate di AIDS. Dal 1996 ad oggi si suppone che siano più di 10.000 le donne che hanno subito stupri. È in questo contesto desolante e ignorato sistematicamente dai media internazionali, che è partito il progetto dell’Apdud in collaborazione con la Croce Rossa Internazionale, fornendo assistenza a queste donne e aiutandole così a riappropriarsi della propria dignità per cominciare una nuova esistenza. Mi rendo conto che ad un certo punto può diventare “semplice” pensare che questa è una realtà lontana da noi, un paese con una situazione politica e sociale confusa e forse ingovernabile, in cui la povertà e le malattie hanno un ruolo preponderante nell’accettare questa situazione di abusi. Noi paesi occidentali ci sentiamo sempre degli intoccabili, nazioni in cui l’inciviltà di uno stupro è cosa rara. Tornando in Italia, e dati alla mano, scopriamo invece che la realtà è ben diversa da quella che ci prospettiamo: negli ultimi decenni sono almeno 6 milioni 743 mila le donne italiane che hanno denunciato una violenza fisica o sessuale, e il colpevole nel 69,7% dei casi è il partner. Sempre secondo i dati, gli autori di violenza sono italiani nel 60,9% degli abusi. Questo ci costringe a sfatare molti miti e molte illusioni riguardo al nostro vivere in un paese civile, un paese che risulta essere incapace di proteggere le donne ed educare l’uomo al rispetto del corpo femminile. Rimanendo in Italia, non si può non citare il recente fatto che ha visto come protagonista don Piero Corsi, autore di un articolo esposto nella bacheca della sua parrocchia dove accusa le donne di favorire e indurre l’uomo alla violenza a causa di comportamenti lascivi e indumenti procaci. Definisce quindi le vittime di stupro come vittime a metà, distorcendo completamente la bestialità insita nell’atto violento. Anche monsignor Bertoldo, vescovo emerito di Foligno, rincara la dose con le sue dichiarazioni:<<Se una donna cammina in modo particolarmente sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento lo ha e voglio dire che dal punto di vista teologico anche tentare è peccato >>. Altri siti (Pontifex, Salpan.org, Preghiereagesùemaria.it) hanno commentato le violenze e gli omicidi di questi ultimi mesi rincarando la dose contro le vittime. Come siamo arrivati a questo? Quali riflessioni serie e quali pensieri si celano dietro queste assurde affermazioni? Non ho risposte se non che provo una profonda pena per queste persone così limitate da permettere che pregiudizi e stereotipi sulla donna prendano il posto alla realtà dei fatti. Una sola verità si può accertare da queste situazioni: l’uomo è violento e la donna è la vittima che subisce. Non ci sono colpe per la vittima che subisce qualcosa che non ha certo richiesto con comportamenti o indumenti, né che si è andata a cercare nel momento in cui “la donna ha preteso di avere un eccesso di vita autonoma, spesso infischiandosene della famiglia, dei doveri coniugali e arrivando persino al libertinaggio sessuale” a detta delle parole di Bruno Volpe, responsabile del sito Pontifex. La gravità di questo negazionismo riflette una mente maschile ancora troppo limitata in certi ambienti, ancorata purtroppo ad una visione della donna come sinonimo di casalinga e sottomessa all’uomo. Nel febbraio del 2011 ho partecipato alla manifestazione delle donne “se non ora quando?” per sottolineare che siamo donne, fiere e con la nostra dignità che nessun uomo può tentare di calpestare. Purtroppo ho notato che pochi uomini hanno partecipato manifestando fianco a fianco a noi donne, e tuttora il sostegno maschile non è così incalzante e numeroso come dovrebbe essere. Andando a cercare dati più recenti per scrivere questo articolo, ho constatato con amarezza che sul sito del Ministero dell’Interno  non esistono dossier sulla violenza sulle donne, e così come si trovano le voci di varie problematiche italiane (Immigrazione, Antiracket, Antiusura, Vittime del terrorismo, Vittime della mafia, Droga e disagio giovanile, Persone scomparse), non esiste una voce che dica “Violenza sulle donne”. Per fortuna un articolo di risposta redatto da Enzo Bianchi alla provocazione di don Piero mi ha rinfrancato dal sentirmi completamente sfiduciata nei confronti della mentalità maschile: << Quel prete vaneggia, quelle sono parole di chi manca di senno. […] Cristo e la Chiesa professano uguaglianza, ma nel corpo dell’istituzione storica non c’è ancora parità fra uomini e donne. Nella Chiesa di oggi c’è poco spazio per le nostre sorelle. Anche senza farle partecipare al sacerdozio ci sarebbero mille modi per coinvolgerle e di impegnarle in posti di responsabilità […] Per loro non c’è possibilità di contare nella Chiesa, proprio perché non c’è ancora un reale riconoscimento della donna nello spazio ecclesiale”. Contro le parole di don Piero e degli altri si è detto molto, ma anche i nostri stessi politici andrebbero messi sullo stesso banco degli imputati. Nella vita politica e nella vita lavorativa di questo paese non c’è riconoscimento della donna e quindi non gli si concede lo spazio che ad essa spetta. Ma cosa aspettate uomini a vedere i nostri diritti e le nostre capacità che sono lì, davanti ai vostri occhi? Il deterrente peggiore alla risoluzione definitiva di queste violenze, in tutto il mondo, non è solo l’inefficienza statale e giuridica o una mentalità distorta e stupida dell’uomo, ma è l’indifferenza con cui le nostre esistenze vanno avanti. Non ci fermiamo mai durante la giornata a riflettere che in quel preciso istante una donna viene violentata, una bambina viene infettata dall’aids o una giovane sta per essere uccisa dal compagno. Perché in fondo dovremmo pensarci? La risposta è semplicissima: perchè potremmo essere noi quelle vittime; perché una nostra amica o conoscente può avere subito una violenza senza che noi lo sappiamo; perché la solidarietà e il senso di responsabilità dell’essere umano e civile deve andare al di là della cerchia ristretta di conoscenze e amicizie, deve oltrepassare i confini fisici degli stati.

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