GIUGNO 2013 N.32

SUD SUDAN: A SOLI DUE ANNI NELL’INCUBO DEL PETROLIO CONTESO di Silvia Franzoni ’90

In MONDO on 29 giugno 2013 at 05:14

Se qualcuno di voi ricorda, circa due anni fa scrissi un articolo che “annunciava” la nascita di un nuovo stato africano. La secessione, certamente non indolore, è stata l’apice nonché il catalizzatore di vecchie ferite e nuovi problemi. La spartizione dei pozzi petroliferi e delle migliori raffinerie era un motivo tra i tanti della prosecuzione del conflitto anche dopo la dichiarazione d’indipendenza. Ma oggi com’è la situazione per la popolazione che ha già lottato tanto per ottenere la propria indipendenza? Medici senza Frontiere sta denunciando in questi mesi che, dalla contea di Pibur, già circa 120.000 persone sono fuggite dai combattimenti per rifugiarsi in paludi dove il rischio di contagio di malaria è altissimo, dove non c’è acqua potabile e l’accesso a cure e cibo è pressoché inesistente. Questi combattimenti sono il risultato della contrapposizione che vede da una parte il generale maggiore David Yau Yau della popolazione Murle, e dall’altra il candidato del Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), Judi Jonglei Bioris, accusato dal primo di corruzione e intimidazione, con lo scopo di vincere le elezioni dell’assemblea generale dello stato di Jonglei. Finora l’esercito regolare sud sudanese (SPLA) ha negato all’organizzazione umanitaria di poter fornire le necessarie garanzie di sicurezza per consentire o facilitare la fornitura di assistenza umanitaria alla popolazione sfollata, e questo diktat ci sarà finché i territori “controllati” dalle milizie di Yau Yau non saranno sotto controllo dello stato. A quando questo controllo statale? Forse mai, perchè le ragioni di tale sfollamento e caos sono da ricercarsi nelle violenze perpetrate dal governo sud sudanese ai danni soprattutto di donne e bambine, che come ci insegna la storia delle guerre dell’uomo, sono le prime vittime dei conflitti. La motivazione addotta (ma in fondo è sempre la stessa, in ogni stato che invade una propria regione o area) è la campagna contro i ribelli infiltrati nelle zone di Pibur. Non è affatto chiaro se si tratta invece di una pulizia etnica per “spostare” la popolazione da quelle che sono tra le più grandi riserve petrolifere non ancora sfruttate del Sud Sudan. Et voilà, eccoci ritrovati allo sfruttamento petrolifero delle grandi compagnie Total (Francia), Exxon Mobil (Usa) e Kufpec (Kuwait) che tanto aspettavamo in questa storia di morti, fame e devastazioni, purtroppo già sentita migliaia di volte. Il governo sud sudanese sta cercando di esportare il proprio greggio verso l’Africa Orientale e il Corno d’Africa, e per farlo ha bisogno dell’oro nero del Jonglei. Non stupiamoci quindi se, prossimamente, le notizie che sentirete parleranno dei ribelli come rivoltosi sanguinari contro il governo legittimo eletto democraticamente. La democrazia non ha l’immunità dal virus della corruzione, e i politici sono capacissimi di spogliarla e rivestirla di dittatura e ingiustizie; quindi stiamo attenti nel giudicare sia i ribelli, sia il governo appena nato. È probabile infatti, come nella maggior parte dei casi africani, che i ribelli siano essi stessi altri signori della guerra, che nascondendosi sotto il nome di “ribelli” pensano e sperano di ottenere quel consenso politico che sempre si cerca anche se si vuole instaurare un regime dispotico e dittatoriale. A parte questa (assurda dato che politicamente non viene fatta valere) ricerca di consenso, il vero sogno di tutti è il controllo dell’oro nero per poter gestire i finanziamenti esteri (!!!) e la politica del paese. Di conseguenza, quelle che vengono percepite da un lato come ingiustizie e che dall’altro vengono fatte valere come parte di una politica di stabilizzazione del territorio, generano risposte che sono sempre violente e armate. Anche in questo caso la proprietà commutativa non ci delude mai: interessi economici delle grandi multinazionali del petrolio sommati a politiche nazionali più attente ai finanziamenti che allo sviluppo e alla giustizia, daranno sempre il medesimo risultato: morte, fame, malattie della popolazione civile.

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  1. Una nausea sottile che aumenta, man mano, fino a diventare senso di disperazione. Esseri che di umano non hanno nulla, sia come vittime sacrificali che come carnefici. Non vedo molte via di uscita per il popolo perseguitato e sfruttato, ma la fuga non è delle migliori, imho.

  2. L’impressione che lascia nell’anima questo interessante articolo sui conflitti nel Sud Sudan è quella di una profonda tristezza. Se l’intento della scrittrice era un consapevole coinvolgimento ciò è stato raggiunto in pieno. Il ventesimo e l’inizio del ventunesimo secolo ci hanno regalato le pagine più tragiche di tutta la storia dell’umanità. Questo già oltre le attuali guerre palesi o dimenticate. Senza sottacere la strage silenziosa della fame nel mondo e delle malattie non curate. La nostra epoca è stata stigmatizzata, all’inizio del novecento dall’affermazione di Nietzsche: “Dio è morto”. Un secolo dopo Luigi Zoia, psicoanalista di fama mondiale, doveva constatare nel suo ultimo libro anche “La morte del prossimo”. Mi chiedo, ci dobbiamo rassegnare come scrive Alberto Sanza nel suo saggio “Antropologia della povertà estrema”: “Il mondo è un laboratorio sporco ma è tutto quello che ho”? Infatti, non si finirebbe più di descrivere tutto il negativo che ci circonda. Chiara Lubich ha affermato che, dei tre obiettivi della rivoluzione francese, libertà, uguaglianza e fraternità, quello che è stato più disatteso è stato proprio la fraternità. La fraternità trova il suo supporto ideale nella “regola d’oro” presente in tutte le culture e in tutte le religioni: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti”¹. Riprendendo il compito che Chiara Lubich aveva loro affidato, dodicimila giovani, rappresentanti a loro volta dei Giovani per un Mondo Unito, si sono ritrovati alla fine dell’estate scorsa nel Palazzetto dello Sport di Budapest per promuovere un osservatorio mondiale permanente che ha come focus la fraternità. Il programma definito nell’United World Project ha il compito ambizioso di promuovere la cultura della fraternità universale, affinché “il mondo unito sia sulla bocca di tutti”, come lei diceva. Il progetto mira a coinvolgere più giovani possibili, chiedendo d’impegnarsi in prima persona a vivere per la fraternità, fino a coinvolgere i grandi organismi internazionali. Già l’hanno cominciato a fare gruppi di giovani di 180 nazioni del mondo appartenenti anche a culture e religioni diverse e iniziando col vivere “la regola d’oro”. È stato anche deciso che il continente africano abbia una parola privilegiata in questo cantiere per una nuova umanità. I primi passi ci saranno quest’estate anche in Italia.

    ¹Mt 7,12. Vedi anche La Parola di Vita del mese di Luglio presente in Chiesa CIM

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