GIUGNO 2013 N.32

LA CULTURA DEGLI ALIBI di Marco Ragionieri ’91

In OPINIONE on 10 marzo 2013 at 05:08

Inizio questo articolo suggerendo questi due video di Julio Velasco, allenatore e dirigente sportivo argentino; è stato per diversi anni allenatore della nazionale italiana di pallavolo maschile con cui ha vinto diversi titoli internazionali; attualmente allena la nazionale iraniana. Come spesso accade, lo sport è una buona metafora della vita e credo che le sue parole siano assolutamente valide per molti aspetti della nostra quotidianità. Mi è venuto in mente di scrivere questo articolo in un pomeriggio di nullafacenza, in cui mi sono ritrovato a guardare il talent show “Amici” in TV. Non so se sia una cosa voluta o meno (probabilmente lo è), ma gran parte del programma pare essere concentrata sull’eterna lite tra i ragazzi e i professori di quella che dovrebbe essere una “scuola” di canto e ballo. Lite marco-castelluzzo-amici-11che si consuma con urla, pianti e insulti reciproci che raggiungono un livello di argomentazione degna di una discussione tra due macachi su chi abbia più diritto di mangiare una banana. Cosa c’entra la pallavolo con “Amici”? La prima volta che ho avuto modo di ascoltare le parole di Velasco, mi sono reso conto che per avere successo in quello che si fa, qualsiasi cosa sia, bisogna concentrarsi esclusivamente imagessu quanto dipende dalle nostre responsabilità, senza pensare minimamente a ciò che non possiamo controllare, o meglio, adeguandoci alle condizioni in cui ci si trova a dover operare. Concetto che può anche sembrare banale, ma che è tanto difficile quanto importante riuscire a mettere in pratica tutti i giorni. Per citare “Amici”, così tanto per essere chiari, il concetto evidentemente non è proprio tenuto in considerazione. Se un ragazzo viene eliminato è perché il professore lo odia, perché “lui è così e non può cambiare il suo modo di essere” o, peggio ancora, perché “il modo di esprimere la sua arte non è stato capito dai professori ignoranti e incompetenti”. Ammesso che anche i professori sono umani e possono sbagliare, in ogni caso, tutto ciò si sposa ben poco con il concetto di “scuola”, luogo in cui si impara a fare qualcosa, presupponendo che chi insegna sia lì per individuare dei difetti e suggerire dei miglioramenti. Chiaro è che una scuola sia fatta anche di 8312929-tema-educativo-ritratto-di-un-insegnante-arrabbiatovalutazioni e quindi se si impara e si migliora si raggiunge un obbiettivo, mentre se non si impara non lo si raggiunge; il mancato conseguimento dell’obbiettivo è la semplice constatazione che non si è riusciti a risolvere il difetto precedentemente individuato. A questo punto, l’argomentazione tipica del concorrente medio di Amici è: “io non ho difetti, quello che tu, professore, chiami ‘difetto’ è un aspetto fondamentale del mio essere artista e tu, che mi odi, non hai capito e quindi lo critichi”; ora mi chiedo: se sei così convinto di ciò che pensi, perché vai alla scuola di Amici? Vai da un’altra parte, in un’altra scuola e da altre persone che possano comprendere la tua arte. Ma se vuoi star lì, devi accettare il compromesso che quello che dice un professore è giusto e se risolvi il difetto non solo raggiungi una valutazione positiva (che forse è secondario), ma sei migliore di quanto fossi prima! Purtroppo, il problema di Amici è che a volte la stupidità non si limita images-1ai concorrenti, ma dilaga drammaticamente fra i giudici, che instaurano conflitti interni tra loro, che portano a palesi schieramenti e fronti di lotta composti da accoppiate professore-allievo. Conflitti che non avrebbero fine se non intervenisse il televoto a dare un’ultima e definitiva dose di stupidità alla modalità con cui si decreta il vincitore finale (visto che chi viene televotato è fondamentalmente il ragazzo più figo e più arrogante). Tornando alla cultura dell’alibi, i due esempi che ho portato (il discorso di Velasco e il talent show Amici) sono gli estremi opposti di una possibile filosofia di vita, la prima a mio avviso vincente ed efficacie (andatevi a vedere il palmarès di Velasco), professore-cattivo_430_4ma purtroppo scarsamente diffusa; la seconda dannatamente presente e contagiosa nella nostra società. Quante volte ci si trova a parlare con i colleghi dell’università o con i compagni di classe su quanto è bastarda una professoressa o di quanto sia difficile un determinato argomento su cui si deve essere valutati? Io sinceramente non credo che non esistano professori bastardi, ma sicuramente credo che il professore sia o meno bastardo indipendentemente dalla mia esistenza: se so che un professore è bastardo, dovrò studiare di più o affrontarlo in maniera che possa esprimere il meno possibile la sua natura bastarda, così come lo schiacciatore si deve adeguare a schiacciare l’alzata bassa. Sulla falsa riga di Velasco: se uno studente va bene con un professore bastardo, con uno normale non va bene, va benissimo! Cito un altro esempio di come la gente si distragga dalle proprie responsabilità per rifugiarsi dietro agli alibi delle così dette “sfiga” o “ingiustizia”: test d’ingresso ad una facoltà (qualsiasi essa sia). Il discorso che mediamente la gente fa è: images-3“il test d’ammissione è sbagliato perché è solo una questione di culo, è una grande ingiustizia; io, che sono il più bravo del mondo, non posso non entrare”. Bene, cerchiamo di scomporre il problema parlando del test d’ammissione a Medicina (che è quello con cui ho avuto più esperienza): 80 domande di cui la metà di cultura generale, 18 di biologia, 11 di chimica e 11 di matematica e fisica; risposta giusta 1 punto, sbagliata -0,25, lasciata in bianco 0; ergo, non bisogna sparare a caso. Mediamente a Bologna con un punteggio di 45 si viene ammessi. A provare sono in 3’000 e i posti sono 400. Il primo aspetto fuorviante, che dà terreno fertile alla diffusione della cultura dell’alibi, è la tendenza a credere che il test sia ingiusto: peccato che non tutti entrino, qualcuno deve rimanere fuori. Gli scontenti sono per forza in maggioranza rispetto a quelli contenti, e quindi già da subito si pensa che sia antidemocratico il test d’ammissione:2337074236 se ci fossero 1501 posti e 3000 candidati il test d’ammissione sarebbe la cosa più democratica del mondo… Andando più nel concreto, ovviamente, il proprio risultato è determinato da una componente esterna, che possiamo pure chiamare “fortuna”, ma che sicuramente non dipende da noi, e una componente interna che è il nostro grado di preparazione e allenamento. Personalmente, sono dell’opinione che se uno arriva 401esimo e non entra perché ha fatto 0,25 punti in meno rispetto a quello prima è stato sfigato, così come il 600esimo che ha fatto 2 o 3 punti in meno. Invece, il 2’000esimo, che ha fatto 20 punti in meno dell’ultimo ammesso, sarà stato sicuramente sfigatissimo, ma probabilmente non era poi così preparato. 106191_891288398_quadrifoglio_H191212_LE allora che senso ha concentrarsi su quanto uno possa essere o meno fortunato? Pensandoci intensamente si diventa più fortunati? Vogliamo comprare il sale di Wanna Marchi e scongiurare il malocchio? Oppure è più sensato allenarsi facendo tanti test e capire se sia plausibile raggiungere un punteggio che, con un pizzico di fortuna o nonostante un po’ di sfiga, ci renda possibile l’ammissione? Detto questo, credo di essere stato sufficientemente chiaro nel sostenere che non è detto che volendo intensamente qualcosa la si possa ottenere, ma sicuramente il nostro comportamento può aumentare o diminuire le possibilità di raggiungere un determinato risultato. Possiamo solo individuare cosa fare per aumentare queste possibilità e come adeguarci al meglio alle condizioni esterne su cui non abbiamo il controllo. In questa maniera si affrontano al meglio sia le vittorie che le sconfitte, perché quando si vince si ha la consapevolezza di esserselo meritato e quando si perde, da un lato si può essere soddisfatti di aver fatto il possibile, dall’altro, meglio ancora, si possono individuare altri aspetti su cui lavorare per migliorare i propri risultati.

Julio_Velasco

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  1. Una bella filosofia, anche secondo me, e un grande Velasco: trasponendola nel quotidiano e applicandola al momento politico, sfruttiamo al meglio la palla quando ci sembra bassa e trasformiamola in ottimale 🙂

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