GIUGNO 2013 N.32

OCCIDENTALI: TUTT’ORA COLONIZZATORI di Martina D’amore ’93

In MONDO, POLITICA on 14 ottobre 2012 at 00:59

Quante volte si sente parlare di “sottosviluppo”? Troppo poco secondo me. I media sono interessati ad altri temi, più o meno seri, e quindi, di questo argomento, si sa veramente sempre troppo poco. Questa estate, un po’ per l’esperienza che avrei intrapreso, un po’ per interesse personale, mi sono dedicata al tema del sottosviluppo come conseguenza della decolonizzazione dal dominio (politico, sociale, legislativo, economico …) occidentale. Ho voluto indagare sulle responsabilità che noi come occidentali abbiamo e che spesso ignoriamo. Il tema del sottosviluppo è di interesse recente: è diventato visibile tra gli anni ’50 e ’60. Lo si sente spesso accompagnato dal termine “terzo mondo”. Mi sono chiesta più volte se questo termine sia stato auto-attribuito da chi in questo gruppo è stato inserito, oppure se siamo sempre noi occidentali ad averlo coniato, giudicando gli altri paesi secondo i nostri criteri, ponendoci sempre in una visione eurocentrica, dove la realtà va relazionata sempre al mondo occidentale, sviluppato, da primo mondo. Durante l’epoca della colonizzazione le popolazioni del terzo mondo si trovavano in uno stato di totale dipendenza, soprattutto economica: le popolazioni “dominate” non producevano per se stesse, tutto era per l’esportazione. Il mercato interno di questi paesi era soffocato a vantaggio di un commercio estero unilaterale, di sola esportazione. Una situazione del genere esiste ancora oggi e l’ho vista quest’estate in Tanzania: ci sono distese vastissime di coltivazione di the, ma i locali cosa bevono? Gli scarti, ciò che le industrie non ritengono un prodotto da vendere. Dal punto di vista socio-politico i governi colonizzatori lasciarono nelle realtà politiche che si crearono dopo l’indipendenza, un sistema interno autoritario, gerarchico con forme di razzismo, ad imitazione di quello occidentale che per tanti anni era stato al potere. Una forma di prepotenza ulteriore le cui conseguenze si sono viste anche di recente, e che risalgono a quando le grandi potenze decisero di dividere l’Africa in varie nazioni, non tenendo assolutamente conto delle divisioni etniche; così etnie nemiche si ritrovarono a dividere la stessa terra, mentre etnie affini si trovarono divise.

Le realtà locali, quando riuscirono (solo verso gli anni ’60 per la maggior parte) ad avere governi autonomi, restarono prive di una cultura politica, perché per troppo tempo erano state abituate ad un decentramento estremo del potere; così dopo l’indipendenza molti stati sentirono l’esigenza di avere all’interno del loro governo figure vicine all’occidente, ritenute “più esperte” di politica. Anche, e in modo più intenso, durante la guerra le potenze occidentali si servirono dei paesi del “terzo mondo”: questi ultimi erano magazzino e “fabbrica” di materie prime e forza lavoro. Il 1960 viene definito “anno dell’Africa” perché molti stati africani riuscirono a conquistare la loro indipendenza, grazie anche a nuovi movimenti indipendentisti come la “negritudine” e il “panafricanesimo”. Il post-indipendenza non fu semplice e molti stati nel gestirsi scelsero sistemi autoritari, con il partito unico. Ci sono stati colpi di stato militari e scontri etnici all’interno dello stesso stato, sempre a causa delle divisioni territoriali fatte “a occhio e croce” dagli occidentali. Episodio importante è la nascita nel 2002 della UA, Unità Africana, organizzazione internazionale che unisce tutti gli stati africani (eccetto il Marocco) verso lo stesso obiettivo: cercare di tenere lontane le altre nazioni dagli affari interni al continente africano. Si tratta di un recente e significativo tentativo, da parte degli stati del terzo mondo, di diventare indipendenti nelle decisioni interne relative all’economia. Esiste una nuova e più sottile forma di imperialismo che Vandana Shiva (economista, filosofa …) denuncia nei suoi libri: il bioimperialismo. Le società multinazionali, soprattutto occidentali, privatizzano tecniche di coltivazione e sementi attraverso un sistema, dalla moralità più che discutibile, di brevetti. Accusa anche le organizzazioni internazionali, che dovrebbero salvaguardare le biodiversità, di favorire gli interessi delle multinazionali. Per certi versi il nostro atteggiamento da colonizzatori non è cambiato molto. Ho come l’impressione che a volte la gente guardi ancora alla popolazione africana come a coltivatori di banane, datteri e the. Non riusciamo a vedere sullo stesso livello stati africani e stati europei, sono visti sempre in rapporto di subordinazione… forse perché, colonizzatori, lo siamo ancora.

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