GIUGNO 2013 N.32

STRANIERO IN TERRA STRANIERA di Lorenzo Tamberi ’95

In MONDO on 16 settembre 2012 at 03:45

Probabilmente un articolo sull’esperienza in Africa non è l’argomento più originale che si possa scegliere. Molti ne hanno parlato, molti ne hanno scritto; ma mi sono reso conto che ogni viaggio è unico e irripetibile. Tuttavia chiunque ci sia andato è rimasto affascinato da quel paese meraviglioso; mi rendo conto però che trattare di un’esperienza così intensa, senza alcuna domanda di riferimento, è molto complicato e praticamente impossibile, e quindi so che con grande probabilità dimenticherò qualcosa. Premetto subito che mi asterrò da giudizi definitivi, perché sono stato davvero troppo poco per poter trattare con sicurezza ciò che caratterizza la Tanzania. Quest’anno infatti sono stato in questo stato con il gruppo che Don Tarcisio porta ogni anno; ho visitato tre villaggi in provincia di Iringa e vi ho passato circa un mese, contando il viaggio.

Le tre settimane effettive che ho vissuto là, le ho trascorse a Ukumbi, Kaning’ombe e Mapanda, sotto l’influenza della parrocchia di Usokami. Dirò semplicemente quello che ho visto, nulla di più. Arrivato alla capitale, Dar es Salaam, la prima cosa che ho notato è il disordine e la povertà della città: tuttavia ai palazzi di prefabbricato e alle fabbriche sono intervallati cartelloni pubblicitari di dimensioni gigantesche che sponsorizzano auto di ogni tipo, compagnie telefoniche o assicurazioni; questo fa impressione, poiché basta voltare lo sguardo che si vedono macchine dell’ Italia degli anni 50: in poche parole sembra che loro abbiano lo scarto delle nostre epoche. In secondo luogo mi sembra di aver notato che le città siano caotiche e fatiscenti per lo più; baracche, gente che dorme su cartoni in mezzo alle aiuole delle strade e fin dalle 4.00 di mattina  traffico sulle strade e sui marciapiedi. Nonostante la situazione, le città penso che offrano maggiori possibilità di guadagno rispetto alla coltivazione dei campi: anche qui sembra di essere tornati nell’Italia dell’inizio del secolo scorso. È poi interessante osservare la differenza tra centro urbano e villaggio: quest’ultimo infatti può raggiungere dimensioni considerevoli e si sviluppa attorno alla strada, non in circolo come siamo abituati a pensare. In questo modo la via attorno a cui nascono le strade diventa di fondamentale importanza, non solamente perché permette di attraversare il centro abitativo, ma anche perché è l’unico contatto mercantile con la città e gli altri villaggi. Le abitazioni sono invece proprio come le immaginiamo, ossia capanne di fango (o in alcuni casi mattoni, a seconda delle possibilità economiche) con il tetto di lamiera o più semplicemente di paglia. Questo non vorrei che rappresentasse un giudizio negativo: infatti per la loro quotidianità, una casa occidentale come le nostre, provvista di ogni sorta di comfort sarebbe, in un certo senso, eccessiva; la gente difatti passa la giornata all’aperto e, per questo, non ha bisogno di tutti quegli arredamenti che noi utilizziamo solitamente: sedie per gli ospiti, letti forse, ed è abbastanza per loro. La componente religiosa della società mi ha molto colpito: la nostra comunità ormai è stata talmente influenzata dalla religione, che gran parte di essa fatica a credere; là invece è molto presente ed è una componente essenziale della vita del villaggio. La domenica non è solo il giorno del Signore, ma anche festa e ritrovo della comunità. Non ritengo che vi sia una messa più bella della nostra, o magari più  sentita: è semplicemente diversa. Forse più viva e musicale, ma non per questo mi sento di dover criticare il nostro modo di pregare: la cosa più bella in questo senso è proprio l’essere diversi. L’importante è non giudicare la differenza tra noi e loro. L’assemblea durante la celebrazione è incredibilmente attenta alla parola del parroco e partecipa entusiasta; tuttavia un fatto che  mi ha molto colpito è la suddivisione della chiesa in uomini e donne. Importantissima è la figura del catechista, che è un vero e proprio ministro della fede e che celebra la liturgia, ovviamente senza comunione, in assenza del prete. Riguardo il trattamento che abbiamo ricevuto da parte di chi ci ospitava e le persone in generale che abbiamo incontrato mi commuovo al solo pensiero: una disponibilità, un’accoglienza ed una generosità che mai, in vita mia, avevo avuto modo di ricevere. Quello che hanno fatto per noi è stato stupendo e racconterò un episodio che mi è capitato di vivere a Mapanda: io ed il mio gruppo abbiamo accompagnato un giorno don Guido, un prete bolognese che ha la responsabilità di quella parrocchia in formazione, a celebrare la messa in un villaggio; dopo siamo stati invitati a mangiare, insieme ad alcuni catechisti e responsabili della comunità cristiana cattolica del luogo, a casa di un ricco maestro della scuola, il quale, per dire, aveva addirittura una tv. Dopo averci offerto un pranzo incredibile, ci ha ringraziato per avergli fatto visita e ci ha regalato un gallo del suo pollaio: per me questo gesto è stato un colpo al cuore; lui, dopo averci offerto ogni sorta di piatto, ci ringraziava e ci donava un gallo, che ho immaginato essere comunque un grandissimo regalo, dato che anche per i più ricchi il procurarsi il cibo dev’essere difficile: noi piuttosto avremmo dovuto esprimere la nostra riconoscenza, o almeno così è in Italia. E vi sono stati altri episodi del genere, con persone anche meno facoltose; loro che così poco avevano, regalavano a noi che così tanto abbiamo. Mi sembra una stupenda lezione di ospitalità e benevolenza che dovremmo tutti accogliere. Il dubbio, nonostante questo, mi è sorto e purtroppo lo scetticismo si è fatto strada nel mio giudizio: non è che magari si comportano così a causa della nostra provenienza, della nostra missione, del colore della nostra pelle o delle persone che accompagniamo?  Chi può dirlo? C’è chi ci teme, chi ci odia, chi ci disprezza, ma anche chi è  sinceramente contento del nostro arrivo ed apprezza la nostra curiosità. Qualcuno si chiedeva cosa andassimo a fare noi là, dato che non c’è nulla e da noi c’è tutto. Cosa rispondere? Ho sentito molte persone venute con me dire: “Ah com’è bello qui! Oh come sono ospitali qui! Come si trattano bene qui! Non come in Italia!”. Personalmente non sono d’accordo: sì, certo è vero che là il rapporto umano è diverso, ma chi ci dice  che trattano in tal modo noi solo perché siamo ricchi ed occidentali, e vedendoci magari una possibilità di guadagno? Come ho già detto vi sono stato per troppo poco tempo  per rispondere a tutti questi interrogativi, né posso fare a meno di pormeli; con questo non voglio dire che la mia esperienza sia negativa e costantemente messa in dubbio da questi sospetti: per quanto mi riguarda, in Africa, ho vissuto uno dei mesi più intensi, meravigliosi e spirituali della mia vita; tuttavia sono troppo giovane per giudicare e non so nulla, in realtà, di quel paese. Non dimenticherò mai una cosa soprattutto: i bambini. Se c’è qualcosa che mi spingerà a tornare in Tanzania saranno i bambini. Curiosi, stupendi, attenti, felici di quello che hanno, innocenti ed ingenui, sono la bellezza che ho scoperto su quella terra. Ho letto su un vecchio atlante del 2003 che l’aspettativa di vita in Tanzania è 45 anni. Aids, malattie diarroiche, parti, denutrizione, sono le principali cause di morte precoce. Mi piange il cuore vedere così tanti bambini e così pochi anziani. Questi paesi non possono essere abbandonati: è il momento che chi ha tutto dia a chi non ha niente, senza aspettarsi una ricompensa, che probabilmente non merita. Mi sono sentito straniero in terra straniera. ”Perché sei partito?” Mi è stato chiesto. Pensavo di cambiare il mondo? Pensavo di aiutarli con i miei soldi e con qualche pennellata sul muro? Non siamo andati là per fare gli eroi; io non ho fatto proprio niente, anzi: se c’è qualcuno che mi ha aiutato sono stati loro e le persone che erano con me. Abbiamo molto da imparare dagli abitanti della Tanzania e dell’Africa intera, ma abbiamo anche molto da insegnargli, perché si potrà dire quello che si vuole sull’Occidente: che è pieno di corruzione, competitivo, agitato e anche oppressivo: ma si vive oggettivamente meglio in Italia, e gli africani sono d’accordo; ci ammirano per quello che abbiamo e molti di loro vorrebbero essere come noi. Queste sono solo alcune riflessioni che ho tratto da quest’esperienza; non ci sono consigli e spero non ci siano commenti troppo duri; è semplicemente il mio punto di vista. L’unico consiglio che ho, per chi intende fare un’esperienza del genere, come dice don Davide Marcheselli è che bisogna andare con occhio disilluso, non dobbiamo fare valutazioni affrettate, perché non sappiamo niente ed è necessario liberarsi dal modo di vivere italiano ed europeo ed adattarsi a quello stile di vita il più possibile. Chiunque può andare in Africa, a condizione che non pretenda una vacanza con tutte le comodità del caso.  Non smetterò mai di ringraziare don Tarcisio per questo viaggio, che spero  mi abbia cambiato ancor più di quanto non sappia io stesso.

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  1. ciao lori (futuro vicino di casa :-),
    complimenti per l’articolo: fa pensare, quindi è un BUON articolo!!!

    io -come ti dicevo- sono stato in africa dodici anni fa (forse perché volevo cambiare il mondo e non mi farebbe schifo neanche adesso!); anch’io sono andato con un prete, don alberto detto “barba” (non so se per le sue omelie o per il suo folto e lungo barbone), che adesso è missionario in brasile e mi piacerebbe tanto andare a trovare: che tipo!
    son passati tanti anni e non ci son più tornato nell’Africa quella vera, quella con la A maiuscola (un paio di viaggi in marocco sono una cosa un po’ diversa! non trovi?!), ma ci ho lasciato il cuore!
    è stata una delle esperienze più forti e belle della mia vita e, sicuramente, se avessi scritto io un articolo sulla tanzania l’avrei fatto diversamente, probabilmente con toni più entusiastici, ma come dici tu: “la cosa più bella in questo senso è proprio l’essere diversi”! un’esperienza così non può non averti cambiato e penso, come scrivi a conclusione del tuo articolo, più di quanto tu non possa immaginare!
    ne parleremo ancora e magari chissà, un giorno, in africa, ci torneremo insieme!

    su una cosa vorrei che riflettessimo, prendo spunto dalle tue parole:
    “…i bambini. Curiosi, stupendi, attenti, felici di quello che hanno, innocenti ed ingenui” e ancora “si potrà dire quello che si vuole sull’Occidente: che è pieno di corruzione, competitivo, agitato e anche oppressivo: ma si vive oggettivamente meglio in Italia”
    ?!
    se è vero che i bambini sono lo specchio di un paese… i nostri non muoiono di cagotto e questo è importante! ma sono poco curiosi! anche i nostri sono stupendi! ma meno attenti e per niente felici di TUTTO quello che hanno! innocenti ed ingenui?! e poi come dici tu sono circondati da corruzione, competizione, agitazione, oppressione (e chi più ne ha più ne metta)…

    ciao,
    alessandro palumberi

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