GIUGNO 2013 N.32

LA RIVOLUZIONE DELLA SPERANZA di Luca Capizzani ’91

In CULTURA, OPINIONE on 22 luglio 2012 at 01:40
Non sono a conoscenza di quanti di voi conoscano e si interessino di argomenti umanistici, psicoanalitici, e conoscano, per caso, Erich Fromm; la premessa non vuole essere altro che un consiglio a leggerlo, e di non fermarsi ai libri più celebri, “L’arte di amare”, “Avere o essere”, ma approfondire i suoi temi in altri volumi, singolari e profondamente analitici, che utilizzano un linguaggio semplice e chiaro per descrivere, efficacemente, gli artefici più contorti della società, soprattutto quelli riguardanti l’uomo. Ebbene, non essendo il mio scopo pubblicizzare i suoi libri, cosa che forse ho fatto, vengo ora al motivo per cui ho scelto di raccontarvi e spiegarvi, per quanto possa riuscirci, un’idea; un’idea che lui, Fromm, tratta in vari volumi, più o meno approfonditamente, ma che ritengo essere l’idea per antonomasia; un’idea cristiana, religiosa, umana. Correggetemi se sbaglio, uno dei più grandi insegnamenti del vangelo è “ama il prossimo tuo come te stesso”; di questa frase, di questo concetto, hanno parlato in molti, forse in troppi, ma alcuni sono riusciti ad estrapolarne realtà implicite toccanti e che aiutano a ragionarci: effettivamente questa frase può sembrare banale,  nella maniera in cui amo me stesso, amo gli altri. Ma che cosa vuol dire amare il prossimo come se stessi? Se dovessimo semplicemente interrogarci sul cosa vuol dire realmente amare se stessi, avremmo non pochi problemi. Figuriamoci amare il prossimo, l’altro, il diverso, lo sconosciuto. E per “prossimo” non bisogna pensare a colui che vive in Africa, il “prossimo” è intorno a noi, in casa, tanto per cominciare, i nostri fratelli, sorelle, i figli, i genitori, i nonni, i vicini, il barbone sotto casa, gli insegnanti a scuola, i compagni, gli amici: la lista è lunga. Crediamo quindi necessario capire questa frase: cominciamo col domandarci che cosa voglia dire “prossimo”: un bellissimo intervento di Enzo Bianchi, religioso e scrittore, priore della Comunità monastica di Bose, lo ha interpretato, rendendolo tema su cui discutere ed interrogarsi ulteriormente; ebbene, il prossimo, come dice la parola stessa, non è qualcuno di statico, di immobile; non è nemmeno qualcuno che dobbiamo attendere immobili; questa frase, dice Bianchi, è tanto esplicita quanto lo sono le parole utilizzate: indica la dinamicità del relazionarsi con gli altri, e non solo da un punto di vista fisico, ma, e soprattutto, da un punto di vista spirituale; vuol dire farsi prossimo agli altri, avvicinarsi agli altri, perché noi stessi siamo “prossimo” per gli altri. E abbiamo la possibilità di mettere in pratica ciò ogni giorno, in ogni momento: in casa, prima di tutto. Dare presenza ai nostri fratelli, ai nostri genitori, ai nostri figli, ai nostri nonni. Fortunatamente o meno, il fatto che mi sia tanto difficile, tutt’oggi, “mantenere la calma” nelle dinamiche famigliari tra fratelli, ha fatto sì che questo concetto mi affascinasse tanto quanto il dischiudersi di un nuovo mondo, che è la psicanalisi, e Fromm. E’ risaputo che lo psicanalista, al di là che si creda o meno alla veridicità delle dottrine su cui si basano i suoi studi, sia dotato di una grande umanità. Pensate: dedicare la propria vita agli altri, alle persone, sapere leggerne gli angoli bui, gli stati d’animo, le verità, i sorrisi, gli sguardi, e fare tutto amando genuinamente colui, o colei, che si ha davanti, nonostante le menzogne, le servilità, e gli attacchi d’ira che spesso il paziente rende come feedback all’analista. Non è mia intenzione comunque convincervi di quanto possa essere utile, e bello, questo mestiere, anche perché io, in primis, non lo so. E non voglio escludere che vi siano altre migliaia di professioni, che se fatte genuinamente, offrono lo stesso tipo di rapporto con le persone: infermieri, medici, assistenti sociali, maestri, professori, etc. Ma torniamo a noi. Questa profonda umanità di cui molte persone sono capaci, e di cui altrettante hanno parlato (tra i tanti, i profeti), ha acceso in me una volontaria ricerca nello scoprire come ciò sia possibile; amare il prossimo è impossibile, mi viene da rispondere, pensando a me, semplicemente, in relazione ai miei fratelli. E qui entra in gioco Fromm: (cito lui perché ritengo le sue parole, al momento, da parte mia qualitativamente ineguagliabili) “A quale conoscenza possiamo attingere per risolvere il problema: che cosa significa essere umani? Non possiamo rispondere rifacendoci ai criteri normalmente proposti: l’uomo è buono o cattivo, ingenuo o indipendente ecc. Naturalmente, l’uomo può presentare queste qualità, così come può essere portato per la musica o stonato, sensibile alla pittura o insensibile ai colori, santo o volgare. Tutte queste, e molte altre qualità, sono possibilità diverse di essere umani, e ognuno di noi le possiede interiormente. Essere pienamente consapevoli dell’umanità di qualcuno significa essere consci che, come dice Terenzio, “Homo sum; humani nil a me alienum puto” (sono uomo e niente di ciò che è umano mi è estraneo); che ognuno porta in se stesso ogni aspetto dell’umanità, ed è santo come criminale; che, come ha detto Goethe, non esiste delitto di cui uno non possa immaginare d’essere l’autore” [La rivoluzione della speranza]. Ovviamente prosegue suggerendo i campi che possono aiutare a comprendere meglio l’umanità, così necessaria al giorno d’oggi: antropologia, storia, psicologia infantile, individuale, psicopatologia sociale e tanti altri. Ecco quindi come poter amare il prossimo, e se stessi: non sottovalutiamo il fatto che nel comprendere umanamente il perché quel tal individuo ha picchiato quel tizio, possiamo comprendere aspetti di noi che ci rifiutavamo di accettare; oppure, più semplicemente, capire quanto, in pratica, siamo effettivamente tutti fratelli, nel senso più ampio del termine: condividiamo tutti una stessa madre, che è la vita, e possiamo decidere se viverla o meno, sbarazzandoci delle nostre paure, consce o inconsce che siano, che ci condizionano nel nostro modo di pensare, nel nostro modo di agire. Se dovessero chiedermi oggi, cosa voglio fare da grande, risponderei vivere: mi piacerebbe tanto.
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  1. Mi ritrovo molto in quanto hai scritto in questo articolo, dal quale si evince che chi è “il prossimo” non è dettato solo dalla Legge del Sinai, ma è nell’animo umano ,magari a volte un po’ nascosto o sotterrato dietro “macerie”, ma pur sempre in attesa di tornare fuori. Certo la “nuova Legge”, meglio dire il “Nuovo Comandamento” che è l’amore e che sappiamo tutti che ce lo ha detto- e che Enzo Bianchi sempre propugna- dà un tono nuovo al nostro vivere.La rivoluzione della speranza: scrive S. Paolo ” date evidenza alla speranza che è in voi” parlando dell’amore di Gesù per i Suoi.Ti ringrazio dell’articolo

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