GIUGNO 2013 N.32

TANZANIA, ARRIVO! di Silvia Zamagni ’94

In CURIOSITA' on 17 giugno 2012 at 02:37

Come regalo per i miei diciott’anni avevo pensato (e anche già avanzato la richiesta) ad una bella reflex professionale. Ma ripensandoci, quante cose ho già e di quante ho effettivamente bisogno? E perché faticare tanto, impegnandosi a far foto anche solo lontanamente guardabili, quando hai il fidanzato sulla coscienza, sempre pronto ad umiliarti? E fu così che circa sei mesi fa, dopo essermisi sgretolato davanti il sogno della carriera fotografica, ho deciso che il mio regalo sarebbe stato quello di partire, prendendo in parola tutti quelli che troppe volte mi hanno ripetuto la frase “ti farebbe bene un po’ d’Africa!”… beh, forse mi farebbe bene sul serio. A poco più di un mese dalla partenza posso dire di averne vissuti sei senza nemmeno essermene resa conto. Accanto all’inconsapevolezza c’è però un’incontenibile voglia, che in tutto questo tempo, devo dirlo, non mi ha mai abbandonato. Abituata alla quotidiana freddezza e indifferenza che percepisco nei rapporti tra le persone, ho bisogno di provare su di me come ci si sente ad essere per una volta l’estraneo in un contesto sociale, l’intruso che va a curiosare in una terra lontana dalla propria e così straordinariamente differente.

La gente qui cammina per strada guardandosi le scarpe, con gli occhiali oscurati e gli auricolari con la musica al massimo nelle orecchie; le persone qui in autobus cercano il posto singolo accanto al finestrino e non si salutano nemmeno, a meno che non siano grandi amici, si chiedono “come stai?” per improvvisare una conversazione senza nemmeno ascoltarne la risposta, e si rispondono “bene” con la stessa superficialità con cui si pongono la domanda. Isolarci, fingerci depressi ed esasperare problemi irrilevanti, ci rende persone al passo coi tempi. La verità è che i confini della nostra Italia ci limitano anche mentalmente. Ancora non riesco a capire, ho la testa piena di mille pensieri, di emozioni discordanti tra loro, paura, impazienza, e non riesco a smettere di pensare a come sarà là, a come imparerò a guardare la mia vita con una sensibilità diversa e con un riguardo in più per gli altri. Il timore più grande che mi assale è sicuramente quello di non essere all’altezza, più del fatto di non sentirmi pronta, perché pronta lo sono davvero. Ho voglia di immergermi con tutta me stessa in una realtà che mi consenta di dare spazio a me e ai miei pensieri, perché non mi capita più spesso ormai. Sono ancora nella mia Bologna, eppure a volte mi sembra già di sentire musica, vedere colori e volti che nascondono, dietro a due occhi trasparenti e un sorriso, un animo forte, un grande senso di solidarietà, problemi reali e difficilmente contrastabili. La cosa certa è che parto pronta a qualsiasi evenienza, con lo spirito di adattamento e la curiosità che non mi mancano e senza alcuna pretesa. Con questo viaggio metterò a disposizione tutto ciò che potrò offrire, ma non cambierò la situazione in Africa, non rientra proprio nelle mie capacità, saranno piuttosto le persone che incontrerò là ad aiutare me, perché è cambiando noi, che cambia tutto il resto. Tanzania, arrivo!

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  1. La verità è che i confini della nostra Italia ci limitano anche mentalmente.

    Ciao Silvia, bella prospettiva e belle intenzioni, tutta L’Italia è limitata mentalmente e non, quindi cercare altri spazi altri terreni ed esperienze è ad oggi, ciò che auguro a tutti.

    problemi reali e difficilmente contrastabili.

    Qui non sono del tutto d’accordo, i” problemi reali” a Bologna escono da tutti i buchi, le problematiche sociali hanno raggiunto LA VERA disperazione.

    Auguri e buon lavoro, a presto Pietro

  2. E’ molto bella la radiografia che fai di coloro che ci stanno accanti fisicamente, ma molto lontani per tutto il resto. Tu lo sai, basta anche un sorriso a colui /colei che si siederà vicino per rasserenare la giornata. Musica e cuffie sono sempre più presenti nelle persone, e sempre più si vogliono e si sentono isolate…ma spesso non vogliono uscire dalla loro isola. Proviamo a gettare un ponte.Grazie per l’articolo introspettivo, Luciano

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