GIUGNO 2013 N.32

PAPA’, NON C’E’ PIU’ NIENTE! di Giovanni Padovan ’91

In ATTUALITA' on 17 giugno 2012 at 02:41

Sono rimasto improvvisamente coinvolto in una vicenda che mi ha toccato a tal punto che, a distanza di giorni, ricordo ancora in modo limpido ed emozionante. Ho davanti gli occhi lucidi di quell’uomo dall’espressione vuota e inconsolabile, le parole lente e precise che uscivano dalla sua bocca per entrare a forza nelle orecchie, ma ancor più, nella mente dell’anziano che aveva davanti, per riportarlo alla realtà dalla quale aveva sperato di fuggire. Questa è l’immagine che voglio lasciarvi, ma per non creare confusione ricomincerò la storia dall’inizio. Sto studiando da infermiere, e durante lo stage in ospedale, assieme alla tutor di tirocinio, stavamo lavorando con una famiglia di Crevalcore per la dimissione del “capo-famiglia” novant’enne, ricoverato per aver erroneamente ingerito un flacone intero di ansiolitici che gli erano stati prescritti perché, nel dopo terremoto, non si sentiva bene per niente. Alla presenza di un figlio, sessantenne, probabile imprenditore agricolo, distinto, molto educato e collaborante, stavamo studiando i luoghi e le risorse da mettere in campo per garantire un sostegno alla famiglia e la continuità delle cure all’anziano fino a ché non fosse riuscito a rientrare a casa. La casa è diroccata per il terremoto, la mamma/moglie è in tenda, la stalla è crollata con sotto tutti i macchinari agricoli comprati col risparmio di tanti anni di lavoro, gli animali ormai erano solo quelli da cortile, accuditi e allevati per passare il tempo e loro, per fortuna, sono scappati. Il tutto raccontato con solenne serietà, con calma, con qualche espressione di disappunto solo quando si accennava ai tempi della ristrutturazione. La clinica per la convalescenza, pronta ad accogliere l’anziano, era a Crevalcore, ma non essendo agibile  è stata spostata al quartiere Navile. Una certezza: gli operatori sono gli stessi del paese e probabilmente molti sono vicini o comunque volti noti. Ecco che il volto dell’anziano, che fino a quel momento era rimasto muto, assorto, che aveva lasciato il discorso al figlio perché lui “ormai non sentiva più bene” è stato attraversato da una luce che ne cambiava l’espressione, come se pian piano sparisse l’apatia e si risvegliasse l’interesse. Ricordava i suoi amici, i conoscenti, le persone del suo paese, le partite a briscola al bar. Lui andava, un’ora non di più, tutte le sere, al bar per una partita a “ briscola”. Mentre ancora parlava, il figlio si alza, porta le mani sulle spalle del padre, lo fissa negli occhi e gli scandisce queste parole: “ Papà non c’è più niente, più niente!”. Lo diceva con gli occhi lucidi, poi si è alzato staccandosi dal padre ed è scappato alla finestra. Sicuramente piangeva, il padre ha smesso di parlare e ha abbassato lo sguardo. Muti, abbiamo condiviso la loro solitudine, la loro disperazione.

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  1. Forza regaz, ora in atto ciò che questi nonni ci hanno insegnato, molliamo le tastiere, molliamo le rivoluzioni su Facebook, e puliamo i mattoni come si faceva a Scopeto, bravi tutti un abbraccio

  2. Leggendo questo bellissimo articolo (faccio i complimenti al mio futuro collega :-)….) viene la voglia di abbracciare quelle persone oneste e disperate. Sono sicura però che si riprenderanno, e questo grazie all’amore e al rispetto che provano reciprocamente, grazie alla voglia di lavorare e di risollevarsi da questa tragedia. Aiutiamoli come possiamo, a riprendere la loro vita, fatta di lavoro e di sani principi.

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