GIUGNO 2013 N.32

RICORDATI CHE ERI MIGRANTE…di Arsene Silviu Iulian ’95

In OPINIONE, POLITICA on 13 maggio 2012 at 04:42

“Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente, davanti alle chiese, donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano, non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche, quando le donne tornano dal lavoro.” Siamo nel 2012 e, in Italia, questa situazione coincide con la descrizione di diversi popoli immigrati in questo paese: zingari, albanesi, rumeni, marocchini, tunisini e altri popoli ancora. Ma questa descrizione prosegue: ” Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti, ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano, pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”. Questa descrizione appartiene ad un brano apparentemente scritto nel 1919(o 1912) da un ispettorato per l’immigrazione del Congresso Statunitense. Questa fonte non è certa, ma il soggetto di questo brano è parte del popolo italiano che in quel periodo trovò, come unica speranza per uscire da una situazione “sgradevole” in Italia, quella di seguire il sogno americano.

Sempre nello stesso brano venne fatta una critica al governo per aver permesso che così tanti stranieri entrassero nel paese, soprattutto senza una curata selezione in base a quali fossero i loro intenti e la loro provenienza. Infatti nell’Orda di G.A.Stella sono riportati degli episodi verificabili, in cui veniva fatta distinzione tra i diversi italiani.. Questo quadro non è poi tanto diverso da quello del giorno di oggi, in cui gli immigrati sono raffigurati come possibili criminali, capaci solo di malvivenze, quadro in cui la provenienza di una persona è così importante da poterne ammettere o meno la presenza in certi circoli di persone o ambienti e, purtroppo, questo razzismo (e con razzismo si intende la convinzione che l’umanità sia suddivisa in razze o categorie distinte che si possano ordinare in una gerarchia di valori, rendendo così delle persone inferiori ad altre), nonostante non sia ancora così diffuso, è ancora presente, soprattutto laddove le persone hanno paura e non conoscono i nuovi arrivati e per questo attribuiscono loro tutti i degradi della società.

In Italia inoltre questa suddivisione gerarchica avviene persino tra gli stessi italiani; nota ormai da tempo è la differenza che viene attuata tra gli stessi connazionali, tanto che talvolta accadono episodi in cui gli abitanti del Sud vengono trattati, nelle regione settentrionali, come se fossero stranieri all’interno del proprio paese. Se la scusa di qualcuno per questi avvenimenti è che siano un fenomeno ormai in estinzione, basta guardarsi intorno per vedere gente che in autobus mette le mani sul portafoglio quando si avvicina un marocchino, bambini che ne deridono altri, stranieri o meridionali, per i loro accenti diversi, gente che decide di non visitare mai Napoli o il Sud Italia per “proteggere” se stesso a causa della propria chiusura mentale, mentre basterebbe assumere una mentalità aperta verso gli altri, per poter abbattere i muri che vengono alzati tra i diversi popoli! Muri che negano libertà e possibilità a persone uguali a noi, fatte con le stesse cellule, con gli stessi organi, con le stesse necessità! E come ci si può aspettare che la risposta alla negazione di un diritto, di una libertà, di una possibilità, sia diversa da una risposta aggressiva? Intere nazioni hanno lottato per ottenere i diritti che oggi abbiamo, e noi dovremmo forse negarli ad altre persone solo perche sono di un colore diverso o hanno tratti diversi dai nostri?! Bisogna rimuovere i pregiudizi in modo da venire a contatto con chi ha una cultura diversa dalla nostra e poterne riconoscere le abitudini, simili alle nostre, o scoprirne di totalmente diverse e lasciarsi affascinare da esse.
 Un contributo fondamentale alla lotta contro il razzismo verrà dato dal mescolamento dei popoli, i quali migrano così tanto che un giorno ci si ritroverà nella situazione in cui ognuno avrà origini diverse che, però, non saranno più caratterizzanti. Da collante tra tutte queste etnie fungono le lingue internazionali come l’inglese, il francese e lo spagnolo, le quali permettono a tutti di comprendersi ovunque. Quindi perché invece di essere desiderosi di conoscere solo i cibi delle altre nazioni non ne conosciamo gli appartenenti? Perché invece di andare a mangiare al ristorante africano non proviamo a conoscere il nostro vicino senegalese?

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  1. Un mondo ideale, quello dove nessuno è “straniero”. Un livello difficile da conquistare, imho, quando per raggiungerlo gli step sono parecchi: abbassare l’univocità dei flussi, costruire professionalità che consentano un agevole tenore di vita ad un eventuale rientro in patria, una parificazione autentica di diritti e doveri coi residenti,le priorità da affrontare al più presto.

  2. Se il linguaggio, in quanto oggetto della comunicazione, è lo strumento della relazione, è solo in quest’ultima che si fonda la possibilità di costruire un dialogo comunicativo. Quindi al primo posto vi sono le positive relazioni interpersonali che vanno al di là delle lingue e viaggiano all’interno del linguaggio dell’amicizia, la capacità di comunicare diventa, in questo modo, una possibilità di apertura. Tuttavia, oltre ai corretti rapporti interpersonali, l’integrazione tra cittadini di diverse nazionalità e culture è un tema di grande attualità ma anche di grande complessità, integrazione che coinvolge da una parte gli immigrati, le loro famiglie e dall’altra le tante comunità che convivono nelle nostre città. Occorre mettere in atto un armonioso percorso di esercizio di diritti e doveri da ambo le parti. Punto di partenza dell’intero percorso è che alla base di un’integrazione armoniosa e proficua debba esserci la conoscenza del complesso di norme e regole, anche sociali, di un Paese, che sono espressione delle tradizioni storico – culturali di quella società. Insieme a questa consapevolezza, occorre sviluppare strumenti ed indicazioni per gli enti locali che intendono investire sulla mediazione interculturale, così da assicurare uno sviluppo realmente sostenibile delle comunità. A buon motivo il mediatore della comunicazione interculturale è stato definito “al kantara”, termine arabo che indica un ponte sospeso tra due rive. In altre parole puntare su programmi d’integrazione che accelerano il cammino verso il traguardo di una vera cittadinanza.
    Interculturazione indica quindi l’acquisizione di un nuovo codice valoriale, senza l’implicazione della perdita di quello precedente. Scriveva, infatti, nel XII secolo, Ugo da San Vittore: “L’uomo che trova dolce la sua patria non è che un tenero principiante, colui per il quale ogni terra è come la propria è già un uomo forte; ma solo è perfetto colui per il quale tutto il mondo non è che un paese straniero”.

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