GIUGNO 2013 N.32

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CARCEROMA: CARCERE O MALATTIA? di Arianna Rubin ’88

In ATTUALITA' on 13 maggio 2012 at 04:45

“Il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona. Il trattamento é improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche e sociali, a opinioni politiche e a credenze religiose”: così recita l’art.1 della Legge n. 354 del 1975 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”. Qual è il rapporto tra diritto alla salute ed istituzione carceraria? O meglio: in che modo il carcere agisce sulla salute dei detenuti? È con questa domanda che si è aperta la conferenza  tenutasi una sera di aprile in una vecchia aula universitaria della città. Questo è il tema che l’associazione studentesca gruppo Prometeo di medicina e chirurgia di Bologna ha voluto sottoporre soprattutto a noi, futuri medici. Ad aiutarci tre relatori, impegnati quotidianamente con ruoli diversi negli istituti penitenziari: -Dott. Pasquale Paolillo: medico penitenziario, responsabile dell’Area sanitaria dell’Istituto “Dozza” di Bologna; -Dott. Giuseppe Caputo: ricercatore universitario e membro de “L’altro diritto”, Centro di Documentazione su Carcere, Marginalità e Devianza, presso L’Università di Firenze; – Dott.ssa Elisabetta Laganà, garante dei detenuti e delle persone private della libertà personale del comune di Bologna. Attraverso la storia e le tappe che hanno portato a definire quello che oggi chiamiamo “carcere”, arriviamo ad affrontare il problema in Emilia-Romagna. La regione detiene in Italia il record per il sovraffollamento delle carceri e la casa circondariale Dozza di Bologna è il crocevia di questa emergenza. Nata negli anni ’70, come carcere di massima sicurezza, è stata progettata per ospitare 494 detenuti; oggi ne contiene 1200, con una elevata percentuale di detenuti extracomunitari e tossicodipendenti. “La situazione sanitaria della CC di Bologna è particolarmente difficile. Già nel 2008, su stimolo del Garante comunale per i diritti dei detenuti, è stata emanata un’ordinanza da parte del Sindaco di Bologna in materia di igiene e sanità degli istituti di pena che intendeva rispondere alla situazione emergenziale dell’istituto.” Dall’ associazione Antigone An Di fronte alla mancanza di fondi, al sovraffollamento, alla necessità di personale qualificato di supporto sia fisico (medici, infermieri…) che psichico (psicologi, educatori…), ai più di 300 tossicodipendenti che avrebbero bisogno di cure e assistenza diversa, si assiste al ritorno di malattie che si pensavano ormai debellate. Si tratta principalmente di malattie infettive la cui diffusione è favorita dalla situazione di promiscuità che è ormai propria di molte carceri. “La situazione più critica si presenta ovviamente nel reparto giudiziario dove sono ospitati i tossicodipendenti, anche se l’intera struttura risente delle cattive condizioni igieniche. Negli ultimi mesi sono stati registrati casi di Tbc. Il protocollo sanitario per i nuovi giunti è messo in crisi dall’impossibilità di dislocare i detenuti nelle sezioni ordinarie, una volta effettuati i controlli sanitari di routine all’ingresso, con conseguente rischio di contagio. […] Il reparto di “osservazione psichiatrica”, che aveva attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e del Garante dei diritti dei detenuti negli anni passati è stato chiuso.

Al momento il reparto dove si registrano le situazioni più problematiche a causa del sovraffollamento é quello che ospita i nuovi giunti e la sezione degenti. Al suo interno non è più possibile separare i degenti (attualmente 12) dagli altri detenuti, mentre i nuovi giunti, che in teoria dovrebbero rimanere in questa sezione per un periodo di una settimana al massimo, sono costretti a restarvi per oltre un mese a causa della mancanza di spazi nelle sezioni ordinarie. La situazione all’interno del reparto è aggravata dal fatto che gli ospiti dello stesso non partecipano a nessuna delle attività pedagogico-trattamentali e lavorative.” Dall’ associazione Antigone a questo si aggiunge la difficoltà, reale, di comunicare, che rende il lavoro del medico e personale sanitario ancora più arduo: molti detenuti non hanno mai avuto rapporti con la medicina, né tantomeno effettuato alcun esame clinico, e spesso il colloquio medico-paziente si risolve in poche parole/gesti difficilmente interpretabili; le informazioni riguardo le condizioni generali di salute di molti detenuti, sono quindi insufficienti per riuscire a identificare l’ aiuto più adatto a loro. Tra le patologie più frequenti nel carcere di Bologna compaiono patologie cardiovascolari, gastrointestinali, epatobiliari, neurologiche, respiratorie, a seguire, infezione da HIV, diabete, mentre più rare le patologie oncologiche. Al primo posto però troviamo i suicidi insieme agli atti di autolesionismo: “Il sovraffollamento sarebbe solo uno dei fattori utili a spiegare i tassi elevati di autolesionismo. In questi atti si sommerebbero disagio e strumentalità, ma anche il desiderio di farsi ascoltare da qualcuno. Scioperi della fame e tentati suicidi sarebbero regolari soprattutto nella sezione destinata ai tossicodipendenti.” Dall’ associazione Antigone Ecco qui spiegato il titolo della conferenza: “CARCEROMA”, parola che ricorda il carcinoma, tumore maligno, ad indicare come il carcere sia di per sé patogeno, una vera e propria “fabbrica di malattia”. Tutto questo mostra un ambiente piuttosto complesso, a sè stante, con pazienti con esigenze e problematiche diverse dai comuni pazienti in cui possiamo imbatterci al Maggiore o al Sant’ Orsola. E allora come fare? Come comportarsi? Quale comportamento devono seguire i medici penitenziari? A questo proposito il Dott. Giuseppe Caputo spiega come sia particolarmente diffuso l’ utilizzo di metadone (oppioide sintetico, usato in medicina come analgesico nelle cure palliative e come terapia sostitutiva della dipendenza da stupefacenti) per pazienti tossicodipendenti come trattamento di mantenimento capace di garantire un certo controllo e sicurezza. Per molti altri prevale, invece, un atteggiamento di diffidenza che spinge medici e personale sanitario a “sottovalutare” il detenuto che soffre, convinti, probabilmente, di una possibile finzione; questo si accompagna ad una eccessiva e non adeguata somministrazione di psicofarmaci. E’ necessario perseguire l’obiettivo di creare un lavoro di equipe volto a coinvolgere l’ intero personale che lavora e si impegna all’ interno del carcere per migliorare e tutelare la salute fisica e mentale del carcerato a ricordo dell’ articolo 32 della Costituzione: La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Il livello di sviluppo di una società non si basa solamente sul tasso di crescita economica, sul reddito pro capite e sul prodotto interno lordo, ma anche e soprattutto su come questa tratta i suoi detenuti. Spinta da un interesse personale, da me prima completamente ignorato, ho avuto modo per la prima volta, di avvicinarmi al “mondo carcere”. Con grande stupore ho scoperto volti, ho ascoltato storie e nozioni a me nuove, mi sono sentita parte di quella società che ancora inciampa, ma che ho trovato lì, in quella aula, quella sera piena di grinta e voglia di cambiare. Credo sia un piccolo-grande passo per uno studente, così come per ognuno di voi, conoscere ed approfondire le condizioni dei luoghi in cui il diritto alla salute è maggiormente messo in discussione. Rappresenta un passo fondamentale all’interno di un percorso di formazione consapevole, critico e ancorato alla realtà attuale.