GIUGNO 2013 N.32

ALBERTINE RIFT: VITE DISTRUTTE di Benedetto Lodi ’92

In MONDO on 4 dicembre 2011 at 05:49

Mentre la popolazione mondiale si avvia a raggiungere quota nove miliardi nel 2045, questo angolo di Africa ci fa capire che cosa potrebbe accadere nei decenni futuri. E’ una regione ricca di piogge, laghi profondi, suolo vulcanico e biodiversità. Ed è uno dei luoghi più densamente popolati del pianeta. La spietata lotta per accaparrarsi terra e risorse e i contrasti tra uomini e animali sono sfociati in terribili violenze. Ci poniamo quindi due domande: possiamo fermare i conflitti? Resterà spazio per la natura? Un tempo, in questa zone, comandava il Mwami, una sorta di re, un decano(doyen), capo della comunità Bashali del distretto di Masisi, regione nell’Est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), la cui parola era indiscutibile e il suo potere inattaccabile. Negli ultimi decenni accoglieva chiunque si trasferisse in quel distretto assegnandogli la quantità di terra che gli sembrava appropriata. Oggi il decano ha perso tutto il suo potere, dopo che il suo regno è diventato l’epicentro di una crisi umanitaria a cui il mondo non presta molta attenzione, sebbene duri da più di dieci anni. Qualche anno fa un soldato di un esercito ribelle ha occupato il terreno del Mwami e lui è dovuto fuggire, preoccupato per la sua incolumità, a Goma. Inoltre questa zona (Congo orientale) è in balia di Tutsi, Hutu, Hunde, che rivendicano con le armi quelle che ciascun gruppo reclama come sue legittime proprietà. La città in cui è fuggito il Mwami, Goma, per farsi un’idea sulla densità di popolazione di questo territorio, solo vent’anni fa aveva 50 mila abitanti, oggi ne conta almeno venti volte tanto. In quest’angolo d’Africa il dominio del Mwami è finito per sempre. Negli ultimi decenni la regione è stata teatro di violenze di proporzioni sconcertanti: decine di migliaia di persone uccise o rapite nel nord dell’Uganda, un genocidio con oltre un milione di vittime in Ruanda e Burundi, fino alle due guerre del Congo Orientale, l’ultima delle quali, detta “grande guerra africana” o addirittura “guerra mondiale africana” per il numero di paesi coinvolti, è registrata come il conflitto più terribile dal 1945 a oggi, con una stima di cinque milioni di morti, soprattutto per fame e malattie. Gli scontri armati iniziati in un paese hanno attraversato i confini trasformandosi in guerre per procura, in cui ciascun governo finanziava vari gruppi ribelli, un’accozzaglia di milizie contraddistinte da sigle (LRA, FDLR, CNDP, RDC, AFDL, MLC e via dicendo) che combattevano per accaparrarsi le terre e le risorse di una delle regioni più ricche del continente. Chiamata anche Alberatine Rift, dal lago Alberto, questa piega geologica lunga poco meno di 1500 chilometri, coperta da foreste d’alta quota, montagne innevate, savane, catene di laghi e paludi, è la regione più fertile e ricca di biodiversità del continente africano , popolata da gorilla, okapi, leoni, ippopotami, elefanti, pesci e uccelli rari; per non parlare dell’abbondanza di minerali tra cui oro, stagno e coltan, un componente fondamentale dei microchip. Queste ricchezze sono però all’origine della miseria, dato che proprio ad esse si deve il sovraffollamento.

Con l’aumento della popolazione, tratti sempre più vasti di foresta sono stati abbattuti per far posto a pascoli e terre coltivabili. Già nell’Ottocento gli esploratori bianchi si chiedevano se ci fosse abbastanza da vivere per tutti. Oggi quella domanda aleggia su ogni centimetro quadrato dell’Albertine Rift, dove il tasso di natalità è tra i più alti del mondo e la violenza non risparmia né uomini né animali. Tra gli abitanti della regione, ridotti alla miseria, il sovraffollamento ha generato una paura antica, tanto che ovunque si sente ripetere la stessa invocazione: VOGLIAMO LA TERRA!!

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