GIUGNO 2013 N.32

IL LUSSO E’ UN DIRITTO? Qualche pensiero sulla crisi economica di Luca Sandoni ’88

In ATTUALITA', POLITICA on 9 ottobre 2011 at 05:40

Non è certo un mistero per nessuno che il nostro sistema economico – quello dei paesi sviluppati occidentali, intendo – non versi affatto in buone condizioni: la maggior parte delle aziende quotate nelle borse europee e a Wall Street hanno perso decine di punti percentuali negli ultimi sei mesi, le banche nazionali e internazionali vacillano, mentre alcuni paesi (Grecia e Italia in primis) rischiano di affogare a causa dei loro colossali debiti pubblici e sono quindi costretti ad offrire interessi sempre più alti per stimolare gli investimenti; in questi frangenti la comunità economica internazionale (nella fattispecie il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea) e i governi nazionali non hanno saputo far altro che proporre politiche di “austerità economica”, cioè tagli per miliardi di euro al bilancio dello Stato, accompagnando questa politica “lacrime e sangue” con il solito ritornello: bisogna produrre e consumare! In queste settimane di “crisi”, bombardato da titoli di giornale allarmistici, da informazioni contraddittorie e da minacciosi grafici che puntano inesorabilmente verso il basso, sono rimasto particolarmente colpito da uno slogan che è comparso da un po’ di tempo nei televisori e sui cartelli pubblicitari: «Il lusso è un diritto». A lanciare questo grido di battaglia è il noto attore francese Vincent Cassel, impegnato a promuovere un nuovo modello automobilistico della Lancia; il senso della frase è sufficientemente chiaro: l’azienda offre un veicolo dotato di optional e confort lussuosi a prezzi relativamente popolari, permettendo così a un numero sempre maggiore di persone di potersi permettere un’auto “da ricchi”; si vuole trasmettere l’idea che il “lusso”, inteso come simbolo della ricchezza e del potere economico, sia ormai alla portata di tutti, o quasi.

Nella sua formulazione provocatoria questo slogan mi ha colpito perché rappresenta alla perfezione un modo di pensare, una vera e propria mentalità, che da alcuni anni (forse anche dieci e più) si è sempre più diffusa e radicata nelle società dei paesi sviluppati. La tv, la pubblicità, i modelli di consumo a cui ci siamo ormai assuefatti ci ripetono quotidianamente che tutto è a portata di mano; ogni prodotto, ogni servizio, ogni comfort può essere comprato con relativa facilità, anche da parte di chi ha uno stipendio esiguo o incerto: basta volerlo. La possibilità di acquistare praticamente ogni cosa a “comode rate”, la facilità con cui si accendevano prestiti e mutui fino a tre anni fa hanno creato l’illusione che davvero il lusso fosse diventato un “diritto”, cioè qualcosa da garantire a tutti, un traguardo irrinunciabile nel difficile cammino umano verso l’Uguaglianza, sì … anche quella consumistica! Così abbiamo comprato, abbiamo firmato cambiali, abbiamo impegnato gli stipendi dei mesi e degli anni a venire. Ora mi si dirà che da che mondo è mondo il capitalismo è sempre funzionato così, con gente che compra al di sopra delle proprie reali esigenze materiali, magari anche al di sopra delle proprie disponibilità finanziarie, ma in fondo in questo modo fa girare la Grande Macchina della produzione, crea posti di lavoro, aumenta il gettito fiscale, quindi i servizi e così via … sfortunatamente la macchina oggi sembra essersi inceppata (e in realtà cominciava a dare i suoi segni di cedimento già trent’anni fa) e il giochino non funziona più. Il fatto è che ormai non ci indebitiamo più solo per comprare la casa, la macchina o pagare la borsa di studio di figli o nipoti: ci indebitiamo per la tv al plasma, per l’iPhone 4 e prossimamente 5, per il computer all’ultimo grido, per la crociera o semplicemente per non dover rinunciare alle vacanze estive al mare o in montagna; abbiamo vissuto per anni al di sopra delle nostre possibilità e in questa vera e propria febbre consumistica si sono create enormi bolle speculative, come quella dei mutui americani; quando queste bolle sono scoppiate (nei primi anni 2000 dopo il boom della New Economy, tre anni fa e altre volte ancora) ci siamo ritrovati con le mosche in mano e i creditori alla porta. Il modello consumista occidentale ci ha portato ad inseguire un “lusso” che non era alla portata delle nostre tasche, e ne stiamo pagando le inevitabili conseguenze. Arriviamo così all’antidoto contro tutti i mali economici, alla “magica medicina” che i guru della finanza e dell’economia e i politici di molti colori ci propinano instancabili dopo ogni nuova crisi: dobbiamo produrre, produrre di più e a costi più bassi, altrimenti la concorrenza dei paesi dell’Est (vicino e lontano) ci schiaccerà. Produrre e consumare sono le due facce della stessa medaglia – è ovvio – e poiché in Europa e soprattutto negli USA si consuma molto di più di quello che si produce, l’unica soluzione possibile non è ridurre e razionalizzare i consumi, bensì aumentare la produzione, il che di solito significa diminuire i salari, aumentare le ore di lavoro, allentare le garanzie sindacali per rendere le nostre aziende più forti e meno costose (il nostro caro Marchionne ci sta dando proprio in questi giorni una “magistrale” lezione in questo senso!). C’è però un piccolo problema: per quanti sforzi e sacrifici ci imponiamo non riusciremo mai a stare al passo della Cina, che dispone attualmente di circa 750 milioni di lavoratori di cui la metà è ancora impiegata nell’agricoltura: pensate che ne sarà della nostra competitività quando quelle centinaia di milioni di braccia si riverseranno nel mercato del lavoro industriale! Per non parlare poi di altri paesi che sono ormai emersi in questi ultimi vent’anni, come l’India e il Brasile. Mai come adesso la forza dei numeri pesa a sfavore del Vecchio Mondo, di qua e di là dall’Oceano Atlantico. Produrre non ci salverà, non ci vuole un economista per capirlo, e tutte le crisi che si sono succedute finora hanno ampiamente dimostrato che questa soluzione non ha mai risolto realmente le cause della stagnazione, delle depressioni economiche e del continuo aumento della disoccupazione. In nome della Dea-produzione abbiamo spalancato al libero mercato, privatizzato, tagliato tasse, servizi, stipendi, le abbiamo provate tutte, ma dopo tre decenni di ricette ed esperimenti assistiamo impotenti allo spettacolo impietoso del collasso delle nostre economie. A questo punto una domanda sorge spontanea: siamo davvero sicuri di non essere giunti ad un punto di svolta nella storia del nostro sistema capitalistico? Siamo disposti ad affidarci fiduciosi a rimedi che hanno fallito già tante volte nel vano tentativo di assicurare la stabilità perduta delle nostre economie? Non so rispondere a queste domande, ma credo personalmente che l’opinione pubblica italiana e internazionale dovrebbe esigere risposte più consapevoli e responsabili da parte di chi ci governa. Ormai tre generazioni sono cresciute immerse nell’idea che il capitalismo consumistico, più o meno esasperato (e disperato), sia l’unico sistema in grado di assicurare benessere e prosperità al mondo che conosciamo; in nome dei vantaggi che ne abbiamo tratto abbiamo preferito chiudere gli occhi di fronte ai limiti di questo sistema e ai costi che esso imponeva, e impone tuttora, ai paesi del cosiddetto Terzo Mondo e all’ambiente. Di fronte alla prospettiva di un futuro di precarietà, incertezza e vertiginosa diseguaglianza che minaccia di travolgere il nostro piccolo “mondo”, siamo ancora disposti a rimanere ciechi?

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  1. c’è anche da considerare nel ragionamento che questo “benessere” è solo la parte che vediamo noi e che il sistema genera su scala mondiale povertà e schiavitù.
    Inoltre le limitate risorse disponibili (in primis il petrolio) stanno finendo, il clima è compromesso e…
    ma indubbiamente non possiamo cambiare!.

  2. E’ vero,il lusso non è certo un diritto ma solo una pia illusione che ci hanno indotto a coltivare. Adesso è tardi per togliercela senza che ci sentiamo privati dell’indispensabile. Il futuro sarà nerissimo se non ci ridimensioniamo, magari cominciando per gradi, comprando solo ciò che è veramente necessario e con i soldi che abbiamo a disposizione nell’immediato. Ma vallo a fare capire a chi ha già assorbito questo modus vivendi….

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