GIUGNO 2013 N.32

LA COSTITUZIONE ITALIANA – Art.8

In COSTITUZIONE on 7 agosto 2011 at 01:00

ARTICOLO 8

“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.”


COMMENTO di Antonio Lambertini ’88     

Nonostante il principio di laicità dello Stato non sia espressamente previsto all’interno della nostra Costituzione, non è facile comunque ricavarne l’esistenza, affiancando gli articoli 2,3,7,8,19 e 22 (sentenza n°203 del 1989 della Corte Costituzionale).  La lettura combinata di queste disposizioni ci permette di affermare che l’Italia sia (almeno nelle sue istituzioni) un Paese laico. La laicità rappresenta un principio “supremo” all’interno del nostro ordinamento, che non potrebbe essere eliminato neppure mediante il procedimento di revisione costituzionale. All’articolo 7 troviamo la netta “separazione tra ordine religioso e ordine temporale”, e il relativo divieto di interferenza tra i due ordini, restando entrambi sovrani e indipendenti ognuno nella propria area. Cosa implica esattamente tutto ciò? Implica l’esistenza di una “libera Chiesa in un libero Stato”, ossia la non interferenza da parte della Chiesa in ambito legislativo, esecutivo e giudiziario dello Stato e, al tempo stesso, l’impossibilità per lo Stato di dare prevalenza ad un ordinamento ideologico rispetto ad un altro. Nella teoria risulta tutto chiaro, ma “nella pratica” sappiamo bene che la situazione non è così semplice, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove la presenza della Chiesa è sempre stata estremamente forte. Ora, nessuno mette in dubbio che l’Italia sia un paese laico, ma non si può negare che in molte situazioni sia stato forzato il principio che sta alla base di questa laicità, e che, di conseguenza, “l’ordine temporale” sia entrato in contatto con “l’ordine religioso” (anche se in alcuni casi solo all’apparenza). Citiamo alcuni casi classici: l’invito della Chiesa ad astenersi al referendum relativo alla legge 40/2004 riguardante la procreazione assistita; o il caso in cui il governo, nel 2009, introdusse nel progetto di legge sul testamento biologico le definizioni volute dalla gerarchiaecclesiastica; o ancora, rischiando di cadere nel banale, i vari casi di eutanasia, la legge sull’aborto (L. n. 194/1978), quella del divorzio (L. n. 898/1970), ecc. E’ chiaro che il diritto, creato “dall’uomo per l’uomo”, sia costretto in alcuni casi a trattare questioni “scottanti” relative all’etica dell’uomo stesso, essendo la morale un qualcosa di intrinseco alla natura umana. Possiamo fare un esempio per essere più chiari: trattando l’omicidio doloso, l’art.575 del nostro codice penale stabilisce che “chiunque provochi volontariamente la morte di un uomo è punibile con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”. Sempre restando tema omicidio, è a questo punto opportuno citare il quinto comandamento: “non uccidere” ( Libro Dell’Esodo 20,13). In questo caso, essendo la direttiva in questione alquanto scarna, risulta difficile distinguere le varie tipologie di omicidio: doloso, preterintenzionale e colposo. Ecco dunque una, seppur grossolana, collimazione tra la legge di Dio e quella dell’uomo. E’ inevitabile che le differenti visioni e idee riguardanti la morale siano spesso (per non dire sempre) destinate a entrare in contrasto tra loro. Risulta difficile individuare quella sottile linea di demarcazione che divide un semplice e lecito intervento della Chiesa riguardante la morale, da una vera e propria rottura del principio di laicità da parte della stessa. E’ pur sempre vero che è lo Stato a dover essere laico, nessuno chiede alle confessioni di esserlo, negare a un’istituzione religiosa il diritto di prendere posizione riguardo questioni come l’etica e la morale umana significherebbe privarla della capacità di esprimersi proprio sulle questioni ad essa più vicine.  Chiaro è che, nonostante una confessione religiosa “sia libera di dire la sua”, lo Stato dovrà in ogni modo agire  laicamente in nome del popolo e per il popolo, e quindi di ogni cittadino, a prescindere dal suo credo religioso. Ora, una volta chiarita brevemente l’essenza del principio di laicità dello Stato, è bene precisare che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere dinanzi alla legge” (Art. 8.1 Cost). E’ interessante constatare come, passati quasi sessantatré anni  dalla promulgazione del nostro testo costituzionale, questo articolo rimanga di una attualità sconcertante. Sembra quasi che i nostri padri costituenti,  prevedendo la trasformazione della società italiana in una società multiculturale e multietnica, abbiano deciso di regolare il rapporto tra la fede cattolica e le altre confessioni religiose, nonché i rapporti tra queste e lo Stato. Il comma 1 dell’articolo 8 stabilisce l’uguaglianza tra le confessioni religiose, non intesa in senso assoluto, ma semplicemente come il diritto e l’effettiva possibilità di poter praticare il proprio culto. La differente interpretazione dello stesso principio può portare a risultati estremamente diversi tra loro. Interpretare il principio di uguaglianza contenuto nell’articolo sopra citato come un principio assoluto e paritario porterebbe, paradossalmente, ad un rapporto Stato-confessioni iniquo e disparitario. Come diceva Don Lorenzo Milani “non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali tra disuguali”. L’uguaglianza della quale si parla all’interno dell’art.8.1 non può infatti prescindere da alcuni dati di fondamentale importanza, quali il radicamento della data confessione nel determinato territorio o l’importanza che questa ha per il popolo. Si noti, infatti, che l’articolo 8.1 afferma che le confessioni sono “egualmente libere” e non “eguali” dinanzi allo Stato. Ciò, comunque, non significa che confessioni meno radicate nella nostra cultura siano discriminate ( essendo chiunque libero di professare il proprio credo, nei limiti della legge, dell’ordine pubblico e del buon costume), ma semplicemente che lo Stato, prendendo in considerazione alcuni dati effettivi alle varie confessioni, può, se necessario, dedicare maggiore attenzione ai propri rapporti con una rispetto che con un’altra. Concludiamo chiarendo che la nostra Costituzione non parla di tolleranza nei confronti delle confessioni minoritarie, ma di libertà di culto. Citando Francesco Ruffini: ” lo Stato moderno non deve più conoscere tolleranza, ma solamente libertà: poiché quella suona graziosa concessione dello Stato al cittadino; questa, invece, diritto del cittadino verso lo Stato”.

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