GIUGNO 2013 N.32

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I ROM E LA SFIDA DELL’INTEGRAZIONE di Luca Sandoni ’88

In POLITICA on 1 novembre 2010 at 00:58

Il 28 luglio scorso, mentre la maggior parte dei Francesi si godeva le vacanze, il governo guidato da Nicolas Sarkozy ha dato il via libera a una vasta operazione di polizia finalizzata all’evacuazione di almeno 300 campi illeciti, in prevalenza abitati da Rom; nel giro di alcuni mesi le forze dell’ordine francesi hanno chiuso circa 127 campi nomadi e hanno espulso dal paese circa 977 Rom.

Questa controversa decisione ha provocato, come era facile prevedere, numerose reazioni, sia a livello nazionale sia in ambito internazionale: in patria, esponenti politici, associazioni umanitarie e la stessa Conferenza Episcopale Francese hanno pubblicamente preso posizione, con intensità e toni diversi, contro queste azioni di sgombero, mentre in seno all’Unione Europea la commissaria alla Giustizia e ai Diritti dei cittadini Ue, Viviane Reding, ha criticato aspramente queste misure discriminatorie, paragonandole alle deportazioni di Roma avvenute durante la Seconda Guerra Mondiale. Ne è nato una sorta d’incidente diplomatico tra la commissaria e il governo francese, che ha avuto ripercussioni anche all’interno dell’Assemblea generale, dove alcuni Stati hanno preso le difese della Francia (pochi, tra cui l’Italia) e altri ne hanno invece disapprovato l’operato.

Al di là delle ragioni politiche di questa decisione, la polemica che ne è nata ha riportato alla ribalta, ponendolo bruscamente sotto i riflettori dell’opinione pubblica francese ed europea, un problema vecchio di secoli e legato, come ricordava la commissaria Reding, ad alcune delle pagine più buie della storia europea: quello dei Rom e della loro difficile presenza all’interno dei nostri paesi. Cercare di raccontare la loro storia millenaria, fatta di peregrinazioni e continui spostamenti, non è un’impresa da poco e va sicuramente oltre le mie capacità e i limiti di questo articolo; è tuttavia possibile individuare due dati costanti nelle vicende di questo popolo multiforme e frammentato, due elementi che l’hanno sempre accompagnato e segnato: la discriminazione e la persecuzione. Fin dal Medioevo, infatti, quando si hanno le prime testimonianze della loro presenza in Europa (si dice che etnicamente provenissero addirittura dall’India!), i Rom sono stati associati al male, alla stregoneria, alla perdizione e il loro continuo vagare veniva interpretato, secondo il modello biblico, come una punizione divina. Allora come adesso, il principio della comunità e la sua gelosa difesa contro qualsiasi intromissione dall’esterno non poteva conciliarsi con il nomadismo di queste popolazioni, che parlavano una lingua straniera e praticavano di frequenza furti e rapine, ignorando spesso il concetto stesso della proprietà: di fronte ad una presenza che appariva tanto più minacciosa quanto incompatibile e non assimilabile, i villaggi e le comunità reagirono con espulsioni, violenze e talvolta persino con la soppressione fisica degli “intrusi”. Nel corso dei secoli sono cambiate le forze in gioco ma le reazioni nei confronti dei Rom sono rimaste le stesse: con la nascita degli Stati nazionali, creature della Rivoluzione francese e del XIX secolo, si sono rigidamente definiti i confini entro cui circoscrivere popoli, lingue, tradizioni, alimentando odii e rivalità reciproche. In questo nuovo contesto i Rom si sono ritrovati ancora più stranieri e isolati e alle colpe del passato se ne sono aggiunte di nuove, ben più gravi: essere estranei alla nazione, inquinare la razza, costituire infiltrazioni nemiche nocive alla coesione del paese. Ancora una volta l’odio vecchio di secoli, alimentato dalla follia del Nazismo, è stato sfogato nel massacro: fu il “Porajmos”, il “grande divoramento”, il genocidio dei Rom perpetrato dalla Germania nazista, che costò la vita ad un numero imprecisato di persone, che secondo le stime oscilla tra 500.000 e 1.500.000.

Gli avvenimenti recenti, anche se provocati da ragioni di ordine pubblico, ci devono portare a riflettere sul ruolo che le popolazioni Rom (ormai nomadi più di nome che di fatto) e in generale le componenti immigrate svolgono nella società contemporanea. In un mondo sempre più globalizzato, dove grandi masse di popolazione si muovono da un paese all’altro, da un continente all’altro, la rigida divisione imposta all’Europa dal sistema degli stati nazionali risulta ormai logora e sorpassata: ad esempio, in un paese come la Francia, che per primo conquistò l’autocoscienza nazionale, si parlano ormai decine di lingue diverse e convivono numerose etnie; i Rom, in questo senso, non costituiscono più un’eccezione. L’accettazione e l’integrazione del “diverso” devono quindi rientrare in un più ampio ripensamento delle categorie sociali e culturali che dominano ancora la nostra concezione nazionale dello Stato: un ripensamento che non deve comportare la rinuncia a ciò che è caratteristico e proprio di una cultura e di un popolo, ma che deve sapersi aprire a nuovi apporti e a nuovi stimoli, rinunciando a mitizzare il proprio passato e la cosiddetta “Tradizione”.

I provvedimenti adottati da Sarkozy quest’estate intendevano porre fine ad una situazione d’illegalità e di criminalità diffusa (cosa che di per sé non è certo sbagliata e anzi rientra nei doveri di un governo responsabile), ma sono stati fondati, a mio parere, su di un principio sbagliato: quello dell’esclusione. Anziché agire sulle cause del fenomeno (discriminazione, povertà, marginalità sociale, disoccupazione) si è preferito scegliere la strada apparentemente più comoda, cioè il ricorso alla violenza e all’espulsione. In poche settimane sono stati cacciati i ladri, gli scippatori, i “rapitori di bambini” (altro diffuso stereotipo associato alle popolazioni rom e zingare). Tutto risolto, quindi: evviva il buon governo! E invece no, si tratta soltanto di una pia illusione, perché nell’Europa di oggi i confini tra gli Stati sono porosi, cioè si attraversano con relativa facilità, e per ogni persona sgradita che si caccia oggi ne entreranno altre dieci domani (legalmente o illegalmente). Allora, a ben vedere, la strada lunga e complicata dell’integrazione non è dettata da buonismo ipocrita (come molti politici nostrani vorrebbero farci credere), ma costituisce l’unica opzione che ci permetterà di affrontare adeguatamente i problemi e le sfide del futuro, trovando nuovo slancio e nuove energie nell’apporto di componenti etniche diverse. In fin dei conti, l’Europa – anche se pochi sarebbero disposti ad ammetterlo – è sempre stata un crogiolo di popoli e di lingue e da questa continua mescolanza ha tratto per secoli la sua vitalità e le sue energie più valide. In quest’ottica l’accettazione dell’altro non dovrebbe più apparire come un peso di cui sobbarcarsi, ma come un salutare arricchimento.

 

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